Note sul rapimento del giudice Giovanni D’Urso 35 anni dopo (e quello che il Fatto non dice)
Bisogna tornare ai primissimi anni Ottanta, ma la vicenda che vorrei segnalare è facilmente ricostruibile. Il 12 dicembre 1980 le brigate rosse rapiscono il giudice Giovanni D’Urso, direttore del DAP.
18 AGO 20

Bisogna tornare ai primissimi anni Ottanta, ma la vicenda che vorrei segnalare è facilmente ricostruibile. Il 12 dicembre 1980 le brigate rosse rapiscono il giudice Giovanni D’Urso, direttore del DAP. Ne annunciano la “condanna a morte” se non verranno accolte le loro richieste, alcune irricevibili, altre no. Si crea un partito della fermezza guidato dal Pci e dai principali giornali. In primissima fila, a fianco di Repubblica, il gruppo Rizzoli allora in mano alla P2. Occorre, secondo loro, non pubblicare i documenti delle Br la cui pubblicità i brigatisti pongono a condizione della liberazione dell’ostaggio. La parola d’ordine è “Non si tratta”. Contro questa linea si battono i radicali, i socialisti e pochi altri. C’è ovviamente un aspetto politico ma non è questa la sede. La pressione sulle redazioni è enorme. A parte Radio Radicale, allora diretta da Lino Jannuzzi, l’Avanti e il Messaggero, i giornali non pubblicano. Il direttore del Lavoro di Genova, Giuliano Zincone, si ribella al suo editore Rizzoli, pubblica il documento Br e viene licenziato. D’Urso viene poi liberato. Ieri sul Fatto Maurizio Chierici riassumeva così la vicenda : “Giuliano non rispetta l’ordine del non raccontare le trattative tra stato e Brigate Rosse che hanno rapito (e assassinato) il giudice”. Tutto è opinabile ma è certo che D’Urso non fu ucciso e Zincone fu tra quelli che lo salvarono grazie a quella che Chierici chiama una trattativa. Siccome c’è sempre un lato comico, l’articolo del Fatto in conclusione ammoniva : “Non fatevi imbrogliare”.